La tradizione della ceramica di Patti

INTRODUZIONE

Tra le attività produttive siciliane, fra le più rinomate e più antiche c’è sicuramente quella della ceramica; sono molte le città dell’isola che fin dall’antichità hanno legato il loro nome all’arte della lavorazione di questo umile materiale, dal quale possono scaturire forme e colori di grande fascino.
Santo Stefano di Camastra e Patti, nella Provincia di Messina, Caltagirone nella Provincia di Catania, Burgio e Sciacca, nella Provincia di Agrigento, sono le comunità che hanno costruito la propria economia e la propria fama su originalissime produzioni ceramicole.
Ma la produzione di ceramica a Patti ha avuto la peculiarità di essere stata più legata agli usi della vita quotidiana che ad esigenze solamente artistiche e decorative.

LA TIPICA PIGNATA PATTESE

Patti, o meglio Marina di Patti, borgo marinaro quasi interamente dedito alla produzione della ceramica, fu tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento la sede di un vero polo industriale dell’argilla, specializzato in pentole “Pignate”, piatti, brocche e “saimmere”, che venivano esportate in tutto il Mediterraneo grazie ai bastimenti a vela che gli imprenditori locali avevano armato.
Gli archivi delle dogane confermano l’attività industriale “marinota”, documentando con i numeri del dazio come essa fosse fiorente e rappresentasse una delle voci principali delle esportazioni per questo lembo di Sicilia. La circostanza fece nascere il detto, ancora oggi ricordato, “Voli essiri di Patti la Pignata pi’ fari la minestra sapurita”

FASI DI LAVORAZIONE DELLA CRETA

La lavorazione della creta passava attraverso diverse fasi ed ogni fase aveva un diverso protagonista:
1) Il carrattiere “u carritteri”.
2) L’asciugatore di creta “u sciucaturi i crita”.
3) L’impastatore “u mpastaturi”.
4) Il pentolaio “u pignataru” che trasformava, con le mani, i pani di creta, tra gli altri, in pentole e tegami
5) Lo sfornatore “u sfurnaturi”.
6) Il “frascaloro” che portava la “frasca”, cioè le fascine, per cuocere i forni.
7) Il cuocitore di forni “u cucitur’ i furna”.

IL CARETTIERE “U CARRITTIERI”

Si recava presto ogni mattina nella stalla per prendere il cavallo, il carretto ed una lanterna, per poi andare nella cava a prelevare la creta. Questa veniva portata a Marina di Patti per essere scaricata, per l’asciugatura al sole, negli spazi pianeggianti che si trovavano davanti alle botteghe per la lavorazione della creta. Dopo ogni scarico il carrettiere ripartiva per prendere altra creta nella cava. Il carrettiere trasportava, poi, le pentole pronte, che uscivano dalle botteghe per essere spedite, alla stazione ferroviaria o in riva al mare per il carico nei bastimenti. Tutti i carretti avevano dipinte sulle fiancate alcune scene di storia, tra le più famose quelle dei Paladini di Francia o della Cavalleria Rusticana.

L’ASCIUGATORE DI CRETA “U SCIUCATURI DI CRETA”

Portava in testa un cappello di paglia con falde larghe, addosso una camicia o una canottiera o a torso nudo. Ai piedi un paio di scarpe vecchie oppure scalzo. Sbriciolava la creta a mucchietti, scaricata dal carrettiere nello spazio pianeggiante davanti alle botteghe, con il mazzuolo col manico lungo o con il bastone a forma di elle, per farla asciugare al sole, dopo averla distesa. Quando la creta era asciutta la raccoglieva con una vecchia pala e la poneva dentro una carriola, per poi portarla dentro un vecchio magazzino “lu zabbu” per conservarla. Il magazzino aveva il pavimento in terra ed il soffitto di tavole sostenute da travi grosse di legno. La creta, così, poteva essere lavorata d’inverno, quando non era possibile scavare nella cava.

L’IMPASTATORE “U ‘MPASTATURI”

Riduceva la creta in polvere nella macina che girava senza fermarsi mai. Poi con il crivello separava la sabbia e restava la parte buona, il quaglio, che veniva impastato. L’impastatrice, l’unica cosa elettrica, era formata da un grosso cilindro in ferro, con la parte superiore aperta, dove si introduceva l’impasto grossolanamente preparato; la parte inferiore poggiava a terra ed aveva ai lati due grossi fori col diametro di circa 30 cm e dai quali veniva fuori la creta impastata finemente e pronta per essere lavorata. Il salsiccione di creta uscito veniva tagliato con le mani dallo stesso operaio alla lunghezza di 50-60 cm. I pezzi di questo impasto costituivano “li badduni”, che venivano portati nelle botteghe utilizzando una vecchia carriola di legno, mal ridotta.

IL PENTOLAIO “U PIGNATARU”

Figura prevalente nella lavorazione della creta e vero artista, che trasformava, con le mani, i pani di creta, tra gli altri, in pentole e tegami.
La bottega “a putia” del pentolaio era una grande locale col pavimento in terra battuta e col soffitto di tavole sostenute da travi.
Il locale si allungava al buio verso l’interno, dove si trovavano i torni disposti in fila e delle robuste spalliere che avevano dei ripiani sui quali venivano posate le tavole con le terracotte già modellate.
Il pentolaio lavorava “lu badduni” della creta, già asciugata un poco esternamente durante la notte. Il pentolaio reimpastava la creta per renderla omogenea e così preparava “i pani di creta”, cioè dei pezzetti d’impasto a forma di pani, ognuno dei quali serviva per un solo oggetto: una pentola, un tegame. Ogni pane di creta veniva, quindi, posato sul piatto del tornio che veniva messo in movimento veloce dai piedi del pentolaio, mentre con le mani egli modellava l’oggetto. Per misurare l’altezza e la larghezza del pezzo, il pentolaio usava due semplici legnetti posti al lato del tornio. Terminato il pezzo, il pentolaio fermava il tornio e con un filo d’acciaio separava l’oggetto che ivi si attaccava, quindi poneva il pezzo sulla tavola preparata. Poi prendeva un altro pane di creta e ricominciava a modellare fin quando la tavola era piena di pezzi. Con il sole le tavole venivano esposte nello spazio pianeggiante e la sera queste venivano riposte dentro la bottega. Il pentolaio ad ogni pentola applicava i manici e poi passava la cappa che era una sostanza liquida cremosa di colore un po’ giallastro, preparata con acqua e terra. Alcuni pezzi venivano poi verniciati, altri lasciati allo stato rustico a seconda dell’ordine ricevuto dai clienti. Quindi ogni pezzo finito veniva mandato nel forno.

LO SFORNATORE “U SFURNATURI”

Il suo lavoro era quello di portare le pentole, già completamente asciugate al sole, al forno per essere infornate la prima volta. Dopo la prima cottura, le pentole, divenute rigide, venivano sfornate dagli operai che se le lanciavano da lontano due o tre per volta. Allo stesso modo gli operai procedevano quando dovevano rinfornarle e rimetterle fuori dal forno per la seconda volta e quando le caricavano sui carretti a gabbia o quando le caricavano alla stazione ferroviaria per sistemarle sui vagoni dei treni o sulla spiaggia quando le sistemavano sui bastimenti diretti nei paesi del meridione d’Italia ed in particolare in Calabria ed in Campania. Erano veri esercizi di acrobazia.
Un famoso bastimento a vela era quello del “turco”, dotato anche di motore. Il turco era un commerciante africano che si recava a Marina di Patti una volta l’anno per acquistare le stoviglie in terracotta che poi portava nelle colonie italiane dell’Africa Orientale.

IL CUOCITORE DI FORNI “U CUCITUR’ I FURNA”

Il suo lavoro era quello di chiudere le aperture del forno con file di pentolacce murate con il fango. Le pentole venivano messe in fila nel forno dagli sfornatori. La cottura del forno prevedeva due fasi. La scaldatura era la prima fase ed avveniva con fuoco abbastanza moderato prodotto da grossi ceppi o pezzi di tronchi d’albero e durava ventiquattro ore. La seconda fase, la cottura vera e propria, che durava due ore, iniziava aumentando progressivamente la temperatura, usando rami piccoli, i braccammeddi, che bruciavano più velocemente e quindi producevano più calore. Poi la cottura proseguiva altre otto ore utilizzando le fascine che, bruciando velocemente, facevano raggiungere alte temperature, fino a 1200 gradi. Il forno era a forma di cilindro, diviso in vari ripiani, ognuno dei quali aveva un’apertura che veniva riempita con i prodotti che dovevano essere cotti.
Il cuocitore di forni preparava anche la vernice per le pentole dentro apparecchiature elettriche dove giravano tamburi grossi, pesanti e robusti e tamburi più piccoli.

(Fonte “Vecchia Marina Pignatara” – Autore Filippo Antonino Ceraolo – Stefano Editore Serie “I Libri di Siciliae” – Archivio Librario “Nino Falcone” presso il Palazzo del Turismo di Patti)

CENNI STORICI – LA LAVORAZIONE DELLA CRETA A PATTI

Secolo XI – tra i primi “villani” ceduti all’abate Ambrogio per popolare il territorio di Patti dopo l’arrivo del Conte Ruggero il Normanno, ci sono diversi greci, per lo più artigiani che danno inizio alla lavorazione della creta.
1600 – nei “Riveli” (Censimenti) sono individuate diverse botteghe artigianali “di pignatari” o “figuli”, dal latino “figulus” cioè lavoratore della creta. Anche il “Libro Rosso”, oggi custodito presso il Palazzo Municipale, menziona le botteghe di pignatari esistenti nel 1531 nei pressi della Chiesa di Santa Maria dei Greci. A secondo della specializzazione esistevano i “pignatari” che fabbricavano piatti, pentole, quartare e brocche; i “ciaramidari” che fabbricavano tegole (canali) per le coperture e i “stazzunari” che fabbricavano le condutture per l’acqua (i catusi)
Fine 1700 – i diversi artigiani della creta, dislocati nel quartiere dei greci ove è situata la chiesa dedicata a Maria dei Greci, si trasferiscono nella marina, perché lì potevano imbarcare direttamente i loro prodotti sui bastimenti.

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